Il Principio - The Principle

Ognuno di noi possiede la verità, intraprende quindi il proprio cammino infinito per conoscerla. Questa è l'essenza del sentire, la luce dell'esistenza. Questo è il cammino che in ogni passo del sogno ci porta dal possedere la verità ad essere la verità.
Each of us possesses the truth, then undertakes his endless journey to know the truth. This is the essence of feeling, the light of existence. This is the path that in every step of the dream leads us from having the truth to being the truth.

Friday 15 June 2007

Cammino per strada




Cammino per strada, passi decisi. Una borsa di... che roba è? Stoffa resistente? La tengo appallottolata tra il braccio destro ed il fianco, cercando di renderla meno visibile possibile. E' brutta, con quel colore giallo vecchio bianco sporco, ma è dannatamente comoda per fare la spesa, è resistente e capiente e con lo sparaflesciacodiciabarre della coop, salvatempo per gli amici, posso ficcare tutto dentro mentre faccio la spesa. Come cazzo funziona quell'aggeggio? Avrà una memoria interna con un database che viene aggiornato durante la ricarica in plancia. Faccio pure un po' di esercizio, riempiendola bene e appesantendola quella borsa, mentre scorro tra gli scaffali ripienati sotto le file di luci bianche al neon. Sorrido. Sbaraflesciacodiciabarre. Puzza di espressione tipicamente rubata a qualcuno. Cammino sotto il sole estivo, maglietta nera aderente, jeans blu scuri, più larghi in fondo, scarpe da ginnastica nere. Vedo il mio riflesso nella vetrina del concessionario bmw. Cazzo, che braccio, non credevo che potesse apparire così grosso. Dei pettorali lo sapevo già. Lo sport è servito a qualcosa. Bah, come sono umano dentro, legato all'immagine. Pure troppo a volte. Ecco la coop, in fondo, sull'altro lato della strada. Attraverso la solita colonna di macchine piene di variopinti spazientiti. Critico, ma spesso sono così anche io. Davanti all'ingresso c'è il solito negro che vende roba inutile poggiata su di un cartone a terra. Rallento il passo giusto per darmi il tempo di osservare qualcosa che ha colto la mia attenzione, senza fermarmi, non vorrei che il negro cominciasse a pensare che sia interessato alla sua roba. C'è una bambolina, poco più grande di una mano, capelli biondi, occhioni azzurri, una bambina messa a pancia in giù, che muove le gambette alzate in aria sotto il ginocchio, sforbiciandole ritmicamente insieme alla testolina tenuta tra le mani, con i gomiti poggiati a terra. Si muove ed emette una vocina odiosa che si prodiga in qualche sdolcinata canzoncina incomprensibile a causa della pessima qualità sonora e del volume troppo alto che pare distorcere il suono, in un ciclo continuo intervallato da brevi pause in cui si immobilizza all''istante. Provo una fitta allo stomaco, sento un fiotto di acido accanirsi tra le budella. Il solito problema mentale. Non lo sopporto, mi fa incazzare come una bestia e mi sento ringhiare a fior di respiro, perché, cazzo, non li posso vedere i giocattoli schiavizzati. Tendo a dare un'anima a tutto ed in particolare ai giocattoli. Mi immagino la materia della quale sono composti, torturata, plasmata in quella forma, stuprata e deprivata della sua natura, eppure contenta di poter fare la felicità di un bambino. Piccola martire, la obbligano a muoversi come una deficiente e a cantare. Sarebbe tanto carina con quegli occhioni se potesse stare ferma. E, sì, mi immagino che sarebbe felice, almeno lei, del sorriso di un bambino, al contrario degli sfruttatori che la cedono in schiavitù per un ricavo monetario. E poi mi ricordo di tutti i bambini che maltrattano i giocattoli, che invece di giocare liberandoli dalla loro forma predefinita, liberando il pupazzo di superman dal suo ruolo per creare un nuovo personaggio frutto della loro fantasia, li gettano a terra, li dimenticano, li abbandonano, dissacrando il loro sacrificio. E chi cazzo lo ha detto che i bambini sono puri e buoni? Vengono imbottiti di merda fin dalla nascita, cazzo, altro che giocattoli. Piccole ruote della grande macchina, cibo della grande ombra invisibile. Altro che giocattoli preconfezionati. Pochi oggetti, sacri, ai quali affezionarsi. Io giocavo con una teiera, da piccolo. Una teiera di latta, bombata e panciuta, che si apriva in due parti, orizzontalmente, proprio in mezzo alla pancia. Aveva un lungo collo nel quale convergeva la bombatura della pancia, un beccuccio che si estendeva al lato del collo e un coperchio legato con un piccolo cardine che si poteva aprire e richiudere come una calotta che sembrava una bocca. E il beccuccio era il naso. E la panciona. E se la aprivi in due la parte superiore diventava un gorgo pericoloso, nel quale si avventuravano i temerari. Ed in fondo al gorgo un coperchio si apriva verso il basso, offrendo l'accesso ad una dimensione piena di meraviglia. E idee. E creatività. Cazzo, fanculo. Mi immagino mentre strappo di mano a quei fottuti bambini contaminati il loro giocattolo, per salvarlo e donarlo a chi saprebbe rispettarlo. Mi immagino la mamma, donna sull'orlo di una crisi di nervi per un marito quasi inesistente che le dà sempre ragione e che non ha le palle per amarla ed essere presente nella sua vita, che si avvicina come se le stessi uccidendo il figlio. Mi immagino il mio sguardo prima che possa aprire la fogna e vomitarmi addosso la sua frustrazione cogliendo al volo l'occasione offertagli dopo essersi accertata di poter passare come giusta agli occhi del pubblico, al giudizio dei passanti incuriositi. Mi immagino la voglia di mollarle un calcio nella mascella. Giusto per zittirla. Poi ascolto la mia rabbia. Ma che cazzo di trauma infantile devo aver avuto per provare questa sensazione? Mi immagino nella mia forma saggia. Mi immagino di tramutare lo sguardo ghiacciato in uno sguardo fermo, saggio, imperturbabile. Mi immagino di guardarla e dirle: "Maya infetta il mondo perché gli uomini non sanno amare Maya per ciò che Maya è: illusione". Sarebbe più bello se usassi una parola diversa da Maya, mi infastidisce l'idea di poter appartenere al pensiero altrui nei miei pensieri. Che stupido. Mi guardo dall'alto e mii faccio tenerezza, sono un bambino in crescita, come tutti. Nel frattempo sono già entrato nel supermercato, ho già preso il salvatempo e sono già col foglietto della lista della spesa in mano, il lettore di codici nell'altra e la borsa, finalmente spiegata, appesa al braccio. Eppure la natura originale dei bambini si vede quando abbracciano la nonna, vecchia, con i pezzetti di verdure tra i denti e magari con una scadente igiene personale, ma a loro non interessa, non hanno ancora assimilato quell'illusione e sono liberi nel loro abbraccio. Leggo il foglietto. Insalata, pomodorini, quelli li voglio, e il tonno. Si, una bella insalata di tonno. Mi dirigo verso il banco refrigerato con le insalate in busta e scelgo quella che mi piace, con la rucola. Bip. Salvatempo e in busta. Guardo la gente. Sorrido. Melanzane. Guanto di plastica, busta di plastica che è sempre un casino da aprire e via verso il banco delle verdure. Stasera faccio un bel sugo di verdure, con melanzane a funghetti previamente salate e lasciate a disidratarsi, i peperoni, le zucchine, la polpa di pomodoro sul soffritto di cipolla gialla e aglio, le spezie e il basilico. Lo faccio buono, lo cucino con passione. C'è una vecchietta che si è impossessata delle melanzane e, dopo un sonoro starnuto il quale, invece di trovare una mano sulla sua traiettoria, è probabilmente andato a finire sulle verdure, sta soppesando le melanzane ad una ad una, ripassando spesso sulle stesse come se fossero cambiate nei secondi trascorsi dall'ultima soppesata. Ci sa un bel po'. Rido vedendo la gente spazientita che non ha nemmeno il coraggio di essere gentile. Mi avvicino. "Mi scusi, abbia pazienza, prendo due melanzane", sfoggio un sorriso sincero e la vecchietta non fa nemmeno in tempo a ricambiare che si sposta come se l'avessi risvegliata da un trance. Scelgo due belle melanzane di media grandezza, con la pelle liscia ed il colore intenso, belle consistenti al tocco, quindi lascio spazio alla vecchietta, sorridendole nuovamente. "Grazie", le dico, e mi sposto al lato, verso i peperoni. La vedo allontanarsi un attimo, senza nemmeno una melanzana in busta. Si arresta, si volta, torna indietro, ne prende un paio palesemente a caso, almeno così sembrerebbe, le ficca in busta e si allontana. Sbuffo in una risata accennata e scuoto lievemente la testa, divertito. Peperoni. Uno rosso, uno giallo e verde. Scelgo con cura, ma senza metterci troppo, poi continuo la spesa. Guardo la gente. Mi diverte immergermi in questo acquario di persone, riesco stranamente a rasserenarmi a volte. Finisco la spesa e vado alla cassa, dove, giunto il mio turno, sorrido alla cassiera porgendole il salvatempo, ma lei non ricambia, altre spesso ricambiano, ma lei oggi no. Stress, eh? Il sorriso lo tengo, in fondo serve più a me che a lei. Raccatto la borsa della spesa dopo la transazione, sentendone il peso mentre la sollevo per caricarla dietro alla spalla, tenendola col braccio, in modo da faticare meno durante il tragitto verso casa. Esco dal supermercato e, rivedendo la bambola canterina, il mio sorriso appassisce. Mi torna in mente un sogno. Mi torna in mente quel nero groviglio irrazionale di tentacoli mutevoli, un'enorme sfera di intrecci che ogni essere sul suo cammino afferrava ed uccideva in modi orribili, schiacciando tutto sotto il suo corpo volvente. I suoi tentacoli mutevoli si estendevano oltre l'immaginabile, fluendo rapidi ed infallibili dall'intreccio. Ricordo l'immagine in cui li vidi afferrare con le tre punte espandibili un uomo, tirandolo nel centro della massa, lasciando solo il ricordo dell'orrore sul suo volto, il viso distorto dalla follia che si contorceva oltre il possibile nell'ultimo istante di visibilità e luce. Cammino sotto il sole estivo, lo sguardo celato dagli occhiali da sole rinfilati rapidamente prima di uscire dal supermercato, sentendo il braccio tirato sopra la spalla dal peso della borsa della spesa. Cammino e ad ogni passo sprofondo in una strana malinconia. Mi immagino di morire, in questo istante. Come potrei riuscire ad avvertirla del fatto che sto morendo? L'idea che lei possa cominciare a preoccuparsi, non sentendomi per giorni, fino a scoprire della mia morte, mi uccide nello stomaco. Come posso sopportare l'idea del suo dolore? Come posso sopportare il peso dell'amore?

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